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Le bioscienze tra fatti e misfatti


L’interesse del pubblico per fatti/misfatti delle bio-scienze è giustamente in aumento: in successione si è focalizzato su ingegneria genetica (Anni 70), terapia genica (Anni 80), Progetto Genoma Uman

L’interesse del pubblico per fatti/misfatti delle bio-scienze è giustamente in aumento: in successione si è focalizzato su ingegneria genetica (Anni 70), terapia genica (Anni 80), Progetto Genoma Umano (fine Anni 80), clonazione (inizio Anni 90). Specie quest'ultima ha avuto per intensità, estensione e durata un impatto fortissimo (per fortuna più sull'immaginario che sul reale). La clonazione inizia mezzo secolo fa con il trapianto di nuclei di cellule somatiche in ovuli di anfibi privati del loro nucleo: si creano pseudo-embrioni che completano il loro sviluppo a stento e solo se il donatore delle cellule è un girino, non un adulto. Poi si provò con i mammiferi: diversamente dagli anfibi gli pseudo-embrioni devono svilupparsi in vivo. In vitro arrivano solo allo stadio di blastocisti, quando si differenziano in placenta e feto: poi vanno trasferiti in portatrici opportunamente stimolate per una gravidanza "normale". Anche i mammiferi funzionano poco: le rese sono molto più basse del 20% dei concepimenti naturali e le nascite meno dell'1% dei trapianti; i più muoiono, presto e male. La prima clonazione riuscita di mammiferi adulti è del '92: portò a Dolly la pecora, unico "successo" su oltre 400 tentativi. Godette di fama da star ma di salute malferma: a 10 anni finì impietosamente eutanizzata. Il persistere dei limiti quali-quantitativi della clonazione non ne attenuò l'interesse: un manipolo di ricercatori (tra cui il nostro Galli) l'estese a topi, mucche, maiali, capre, conigli, ratti, cavalli, senza sostanziali miglioramenti.
Con i primati non umani siamo a zero. E così per gli umani, presumibilmente. Eppure giornali e tv non demordono, soprattutto in relazione alla sempre meno credibile clonazione umana, con tutte le sue scontate estrapolazioni tecniche e etiche (dalle schiere di Hitler o Einstein, ai cloni fornitori di organi di ricambio, staminali comprese, allo statuto giuridico di pseudo-embrioni forse impossibilitati a svilupparsi completamente). Carente la scienza, il dilagare dei mass-media è incontenibile. I veri genitori di Dolly non sono i ricercatori scozzesi che la descrissero in un contestato lavoro su «Nature» e poi in migliaia di conferenze, note, articoli divulgativi; uno titolava "I sette giorni che sconvolsero il mondo", un'autobiografia con coerente modestia predicava "La seconda creazione". I veri genitori di Dolly sono altri. Il redattore di un tabloid inglese, che opportunamente anche se scorrettamente ruppe il tradizionale "embargo" sulla pubblicazione imposto ai media da «Nature» sino al giorno dell'uscita del lavoro: in questo suscitando un pandemonio mediatico che davvero sconvolse il mondo. E una giornalista del «New York Times», che sfornò una serie di servizi sfacciatamente promozionali, non tanto per Dolly quanto, lo si capì poi, per il best-seller che ne aveva ricavato con eccezionale tempestività. Anche in Italia la clonazione è stato un evento mediatico più che scientifico. Alcuni nostri pseudo-ricercatori saltarono sul carrozzone e ne lucrarono fama gratuita; millantando successi altrui (nel caso dei topi), o inesistenti (nel caso degli uomini), si conquistarono spazi mediatici da cui risultarono autori di scoperte grottesche, titolari di inesistenti competenze, ideatori di vie autarchiche che ancor oggi turbano il delicato settore delle cellule staminali, l'ultimo elisir biomedico. Anni fa un importante quotidiano senza spiegazioni troncò alla prima le tre puntate di un reportage sui sempre più evidenti problemi della tecnica, per far posto al solito supertoro clonato. La clonazione, prima la riproduttiva ora la rigenerativa, hanno innescato un fastidioso ammiccamento tra e media e chi nelle incertezze delle bioscienze cerca non chiarezza ma visibilità e soldi. Persino sulla prima pagina de «La Stampa», tra i pochi giornali ad esprimere perplessità su Dolly, complice il ferragosto, abbiamo visto l’improbabile foto (senza documentazione) di un micio clonato negli Stati Uniti per 50 mila dollari. I media vigilino sulla ricerca, senza trescare con i suoi imbonitori. Una «bufala» passi: tante innescano pericolose connessioni tra malascienza e malasanità.

Fonte: TuttoScienze (10/09/2004)
Pubblicato in Percezione e problemi biotech
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